Diario di viaggio: Sud-Est Asiatico Su Due Ruote (Quarta Parte)

Diario di viaggio in Vietnam di uno studente italiano

Al risveglio non potremmo mai immaginare la giornata che dovremo affrontare per raggiungere Nha Trang: le nostre batterie sono belle cariche ma c’è sempre un limite a tutto, un limite oltrepassato ma che non crea nulla di compromettente nei confronti della nostra conquista di Saigon.

Ci svegliamo e facciamo una buonissima colazione al Barbara’s hostel con un dubbio amletico, fare o non fare una strada diversa per evitare i lavori in corso nella AH1? Questo è il problema… Lasciata Quy Nhon e macinati una cinquantina di bellissimi chilometri lungo la costa in un saliscendi da brividi giungiamo alla biforcazione: lì per lì la decisione è ovvia, un cantiere bello polveroso ci saluta dalla strada principale, per cui scegliamo la strada che ci avrebbe portato sugli altopiani per poi ricongiungersi all’AH1 pochi chilometri prima di Nha Trang. Tutto ciò senza immaginarci in quali condizioni potesse essere oppure la quantità di salite che avrebbero rallentato le nostre moto, con più asini che cavalli nei loro motori.
A scatola chiusa scegliamo il rischio, ignorare il nostro destino è molto più attraente dell’idea di ore e ore passate ad impolverarci in coda agli sporchissimi camion vietnamiti.
All’inizio tutto va molto bene, saliamo piano piano per alcuni chilometri ma ad un certo punto la strada si fa stretta e piena di buche. Dobbiamo guidare zigzagando per evitarle ma la velocità media è talmente ridotta che varie volte ci fermiamo a pensare se non convenga tornare indietro a riabbracciare la nostra odiata AH1. Non demordiamo, sapendo che dopo poche altre centinaia di buche avremmo svoltato in una strada differente. Così è e la nuova strada sembra migliore, ci fermiamo subito a riposarci e beviamo qualcosa per recuperare un po’ di energie. Cristian compra un pacchetto di sigarette vietnamite per 7 mila Dong e ripartiamo senza indossare le magliette. Le strade sono praticamente vuote e fa caldo, tanto caldo ma di fronte a noi si aprono paesaggi meravigliosi e scene di vita quotidiana raramente viste nella strada piuttosto viva e modernizzata che costeggia il mare lungo il Vietnam. Il tutto mi ricorda le colline vicino ad Alba, piene di colori e che non permettono di vedere oltre perché oscurano la visuale di quello che c’è dopo, un po’ come le dune in un deserto quando una volta giunto nel punto più alto guardi avanti e poi indietro ma il paesaggio sembra uguale, ti senti perso e non sai quale direzione prendere. Ma noi abbiamo una strada che ci illumina il cammino e, curva dopo curva, ci fa capire che non dovremmo essere troppo in ritardo sulla tabella di marcia onde evitare di guidare nel buio prima di arrivare a Nha Trang. Dopo un pranzo spartano in cui Cristian si diverte a far salire in sella la padrona della bettola, da un ponticello scorgiamo due ragazzini che fanno fare il bagno ad un bufalo in un fiume, sembra accettabilmente pulito e non ci pensiamo due volte. Torniamo di poco indietro, parcheggiamo le Honda e ci rinfreschiamo facendo le stesse espressioni di godimento del bufalo a pochi metri da noi. Ripartiamo e assistiamo alla fuga del bufalo, il quale nuotando controcorrente cerca la libertà e sembra trovarla. I bambini si rifiutano di buttarsi in acqua per raggiungerlo e noi ce ne andiamo divertiti ma considerando una cosa: il fiume è troppo sporco per due bambini di un villaggio fuori dal mondo in Vietnam, ma non per due “piciu” torinesi in vacanza che non esitano a fare qualsiasi cosa divertente e fuori dal comune e a compiacersene. Tiriamo dritto e subito ci rendiamo conto che avremmo potuto evitare questa piccola escursione, il cielo promette tempesta e mancano ancora un centinaio di chilometri prima di arrivare a destinazione. Raggiungiamo finalmente una strada simile ad una delle statali che scendono giù in direzione Ninh Hoa, per poi confluire nella Asian Highway direzione Nha Trang. Ci stupiamo di quanta discesa affrontiamo, apparentemente e senza rendercene conto durante la giornata gli altopiani ci avevano portato piuttosto in alto ma, scendendo sotto la pioggia che inizia a cadere, la moto di Cristian inizia a borbottare: panico! Sembra il classico rallentamento da serbatoio vuoto ma in cuor nostro sappiamo che non può essere così, dovremmo arrivare tranquillamente a destinazione senza problemi. La moto borbotta, borbotta e borbotta fino a quando non si ferma del tutto. Piove da una decina di minuti e Cristian non riesce a farla ripartire, non c’è verso di rianimarla. Ci tocca scendere in discesa fino alla prima tenda sul ciglio della strada adibita a bar. Chiediamo aiuto a qualche persona del posto, Cristian e un uomo mettono le mani sulla candela e provano ad asciugarla ma io, piuttosto annoiato dai continui problemi della sua moto, assisto egoisticamente alla scena bevendo una noce di cocco e fumando una sigaretta dietro l’altra. Nulla da fare, dobbiamo aspettare che la pioggia smetta di scendere a catinelle e trainare la moto al meccanico più vicino, a circa sette chilometri di distanza. Ed ecco che l’acquisto più importante fatto ad Hanoi entra in scena: le funi da traino! Le leghiamo bene ad ambedue le moto, lasciando qualche metro di sicurezza tra l’una e l’altra. Parto in prima cercando di essere molto delicato con la frizione e con l’acceleratore ma in men che non si dica ci ritroviamo per la prima volta in una situazione di disagio profondo, piove ancora abbastanza copiosamente e i chilometri sembrano triplicarsi. Tuttavia in sella alla moto e pensando al momento che stiamo vivendo ci divertiamo e sembriamo quasi soddisfatti del gioco di squadra. Seguo l’uomo incontrato al bar che molto gentilmente ci porta dal meccanico e finalmente arriviamo. Questa volta la diagnosi sancisce un problema all’alternatore (o così pensiamo noi) e assistiamo inesorabilmente all’arrivo del buio, ci mancano ancora un cinquantina di chilometri all’arrivo. Il meccanico è obbligato a rimuovere la pedana del cambio ma non viene via: quindi la taglia con il flessibile per poi rimontarla successivamente, ma di almeno un centimetro più corta, cosa che darà fastidio a Cristian nei giorni successivi di viaggio. Paghiamo e ripartiamo alla volta di Nha Trang, finalmente vicini ci avviciniamo man mano graziati anche dalla pioggia. Arriviamo in città e tutto sporco ancora vestito con il mio completo impermeabile, chiedo i prezzi degli Hotel, ne scegliamo uno e finalmente dopo una bella doccia calda ci riposiamo un’oretta e siamo pronti per mettere il muso fuori dall’albergo. Ma giusto per poco, siamo stravolti…

 

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Nha Trang mi piace molto, il turismo è esploso oramai da diversi anni e ciò potrebbe lasciare un po’ l’amaro in bocca in quanto sembra una cittadina costruita appositamente per i turisti russi. Nelle vie più centrali ogni negozio ha l’insegna in cirillico e ci sono diversi voli diretti Mosca – Nha Trang, eppure questo nulla toglie al fascino che questa località di mare può offrire. Uscendo dalle vie più battute del centro appare di sapore molto più vietnamita e dona diversi spunti d’interesse: vari mercati, Po Nagar Cham Towers simili alle costruzioni di Angkor Wat (che però non visiteremo) e qualsiasi attività tipica da fare al mare.
Ci svegliamo con calma, giretto in un mercato in cui compriamo delle scimmiette urlanti portafortuna che, legate agli zaini, ci accompagneranno per il prosieguo del viaggio, cioè per altri cinque mila chilometri circa che ancora mancano al ritorno ad Hanoi. Da un’amica del luogo che gestisce un ristorante mi faccio consigliare una spiaggia decente in alternativa al lungomare tenuto male di Nha Trang Beach. Le opzioni consigliatemi sono due: la prima a nord si chiama Doc Let, la seconda, che invece scegliamo, si trova a circa 30 chilometri a sud e si chiama Bai Dai Beach. Io e Cristian ci scambiamo le moto e mi rendo conto di quanto la sua sia realmente in condizioni peggiori rispetto alla mia, forse sarà anche più bella esteticamente, ma è realmente più instabile su strada, anche senza i 15 chili dello zaino legato dietro. Superiamo i vari resort che pullulano sulle spiagge ed arriviamo in una zona molto tranquilla e piacevole, totalmente priva del baccano cittadino. Ci godiamo la spiaggia assaporando frutta locale comprata al mercato, faccio il bagno e un pesciolino mi insegue mordicchiandomi le gambe, scappo ma continua ad inseguirmi e sono costretto ad uscire dall’acqua, il tutto sotto la mia incredulità e tra le risate di Cristian che dal bagnasciuga si gusta la scena molto divertito. Siamo costretti ad andarcene anzitempo vedendo le solite nuvole minacciose che durante la stagione delle piogge arrivano verso metà pomeriggio, rientriamo in tempo in città e provvedo a cambiare lo zainetto da viaggio, quello vecchio sta chiedendo insistentemente pietà. Per cena ci organizziamo di andare a mangiare dalla mia amica locale, la quale ci offre gentilmente la cena in un ristorantino molto carino in cui è possibile fare un piccolo BBQ usando una piccola piastra messa in mezzo al tavolo, ordinando qualsiasi tipo di carne o verdure da accompagnamento. Ve lo consiglio vivamente, Cuốn Cuốn Rolls & BBQ 3/9 Trần Quang Khải, è un po’ difficile scovarlo per cui quando vi trovate nella via chiedete informazioni.
Ci abbuffiamo e quando posso riesco ad avere piacevoli conversazioni con la mia amica Thao. Le chiedo se è fattibile la traversata Nha Trang – Ho Chi Minh City in giornata visto che siamo distanti più di 400 chilometri e mi risponde che più volte l’ha fatto in passato, partendo molto presto la mattina. Ci convinciamo di farlo, se lo fanno i vietnamiti che (molto onestamente) hanno un’andatura leggermente più lenta della nostra sicuramente potremo farlo pure noi. Andiamo a dormire consci della giornata che ci attenderà il giorno seguente e, prima di andare a dormire, organizzo un incontro con una ragazza di HCM conosciuta tramite Couchsurfing (un’applicazione web per trovare persone che ti ospitino o che ti portino a visitare la città, il tutto gratuitamente).

 

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Partiamo con un po’ di ritardo, verso le 8 del mattino. Facciamo benzina e ci involiamo sulla nostra odiata strada, che però si rivelerà in ottimo stato per affrontare i 420 chilometri della giornata. Cristian è molto contento di arrivare nella nostra ultima tappa vietnamita, io invece ho sentimenti contrastanti. Sono entusiasta di avvicinarmi alla Cambogia, lì sarebbe veramente iniziato al cento per cento il mio viaggio e avrei iniziato a scoprire luoghi e culture del tutto nuovi anche per me; ma sono anche triste di lasciare il Vietnam, ho l’impressione di aver fatto un po’ tutto di corsa (oggettivamente è proprio così, ma come si dice, prendere o lasciare) e di aver saltato alcuni luoghi che pure io non ho mai visitato.
Distese di sabbia, il caldo e l’effetto del miraggio inferiore sulla strada che ci fa immaginare distese d’acqua lungo il percorso. Maciniamo agglomerati di asfalto e facciamo la prima pausa dopo più di 100 chilometri, dobbiamo darci una mossa ma mi bevo un caffè e Cristian un the caldo perché non sta molto bene dalla sera precedente. Proprio quando cerchiamo una bettola per fermarci a pranzare la moto di Cristian inizia a fare strani rumori, un continuo stridio che segue il movimento della ruota posteriore. Ci fermiamo e approfittiamo della vicinanza di un meccanico ad una bettola in cui si può mangiare quello che noi chiamiamo “riso con cose” ed il problema si risolve in fretta: basta cambiare un piccolo componente al centro della ruota posteriore, roba da pochi minuti. Ripartiamo carichi e contenti di aver risolto il problema senza perdite di tempo, superiamo lo svincolo per Mui Ne e pian piano ci avviciniamo alla periferia di Ho Chi Minh City (HCM): ce ne rendiamo conto da almeno 80 chilometri prima di arrivare, talmente impressionante è la quantità di traffico che mano a mano va ad aumentare. 70 km, 60 km, 50 km, infine 40 km e poi ci ritroviamo a procedere a passo d’uomo in alcuni punti, immersi in una nuvola polverosa di inquinamento e sabbia alzata dai camion che ci precedono. Indossando la mascherina antismog entriamo molto pazientemente nel centro di HCM, molto inconsapevolmente prendiamo un cavalcavia di 200 metri adibito solamente alle autovetture e puntualmente veniamo fermati da due poliziotti appostati al ricongiungimento con la strada. Uno dei due parla fluentemente inglese e la cosa mi stupisce assai. In modo molto pacato ci fa notare l’infrazione appena commessa e provo in tutti i modi a trovare una scusa ma niente da fare: patenti ritirate per un mese o mazzetta di circa 25$ da pagare in due. Paghiamo in quanto siamo stanchi e sporchi di sabbia e smog, ma l’unica cosa che vogliamo fare è cercare un hotel e farci una doccia. Tuttavia subito dopo mi incavolo con me stesso, perché avrei potuto far finta di chiamare l’ambasciata e chiedere come comportarmi oppure avrei dovuto insistere e in qualche modo evitare di pagare. Molti scooter stavano commettendo la nostra stessa infrazione, ma i polli da spennare siamo noi stranieri, ovvio.
Ci avviciniamo alla centralissima Pham Ngu Lao e troviamo un alloggio economico al Seventy Hotel. Mentre faccio la doccia dal mio corpo scende acqua nera e lentamente riacquisto le energie spese durante la giornata. Ceniamo al Burger King per riassaporare il gusto del cibo spazzatura e per dare un taglio ai nostri pasti composti essenzialmente da riso, quindi passiamo un’oretta a bere un paio di birre in un baretto. Assistiamo a degli anziani vietnamiti intenti a guardare la partita amichevole tra Vietnam e Manchester City, finita con un roboante 1-8 per gli ospiti e ci scherziamo su con i locali: qui vanno matti per il calcio!
Mi metto d’accordo con Hà, la ragazza vietnamita conosciuta su Couchsurfing: ci vedremo il giorno dopo di fronte alle poste alle 10.30. Andiamo a dormire rilassati e orgogliosi di aver già percorso più di duemila chilometri senza problemi gravi o fuori programma anomali.

 

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Ci svegliamo e siamo pronti per la nostra unica giornata ad HCM. L’appuntamento con Hà è a metà mattinata e perciò decidiamo di andare a visitare immediatamente il Museo della Guerra, per razionalizzare i tempi. Tale museo comprende diverse mostre fotografiche (sugli effetti del cosiddetto Agente Arancio e esibisce varie fotografie di guerra) e sono presenti alcune armi usate durante la guerra e altri orrori. C’è da dire che la propaganda non viene per nulla esclusa qui, anzi! Questo museo prende una posizione nettamente anti-americana e ciò può far storcere il naso per la sua mancanza di obiettività, ma siamo in Vietnam e se abbiamo scelto questa destinazione probabilmente la cosa non può dare fastidio. Per prima cosa guardiamo vari carri armati, elicotteri e aerei esposti a cielo aperto nel piano terra, poco dopo iniziamo una lenta e toccante visita di tutte le fotografie esposte nei vari piani dell’edificio.
Quando visitai questo museo 3 anni prima mi misi quasi a piangere, trattenere l’emozione di fronte agli orrori che testimoniano i 15 inspiegabili lunghi anni di guerra è molto faticoso. Se siete persone dallo stomaco forte certamente noterete persone invece sopraffatte dall’emozione. Il clima che si crea in questa struttura è molto silenzioso ed introspettivo, inizierete a farvi delle domande a cui non riuscirete trovar risposta. La mostra sicuramente più toccante è quella sugli effetti dell’Agente Arancio che, ancora oggi, continua a perpetuare danni dopo varie generazioni mostrandosi su persone affette da deformazioni o malanni incurabili.
Facciamo lentamente tutto il giro ed usciamo con il groppo in gola. Quindi una visita veloce al Palazzo d’Indipendenza, simbolo della chiusura della guerra, quando un carro armato Vietcong sfondò i suoi cancelli; infine ci dirigiamo in direzione delle poste centrali. Lì incontriamo finalmente Hà e ci mostra il bellissimo ufficio postale di influenza gotica e rinascimentale. Qui Cristian compra un paio di cartoline e dobbiamo attendere che scriva qualche messaggio e le imbuchi per la spedizione. Nel mentre parlo con Hà ed iniziamo a conoscerci meglio, studia per diventare designer e fa la barista come lavoro part-time. Pranziamo con cibo vietnamita in un luogo conosciuto da Hà e iniziamo a pensare ad alcune commissioni che dobbiamo fare prima di varcare il confine con la Cambogia. Facciamo alcune foto-tessere per le operazioni ai confini (da veri turisti gringo siamo in canottiera) e vaghiamo per il centro facendo una passeggiata. Arrivati vicino all’hotel decidiamo di tagliarci i capelli, ma non sappiamo se farci anche una stravagante tinta. Alla fine decido di evitare e Cristian mi segue. Per neanche due euro abbiamo un taglio perfetto, esattamente come da noi richiesto e come verrebbe fatto in Italia. Prima di sera ci congediamo con Hà, decidiamo definitivamente di lasciare il Vietnam nella giornata seguente senza dedicare altro tempo ad HCM, anche se lo meriterebbe. Pianifichiamo la visita a Cu Chi Tunnels prima del confine e andiamo a dormire. Il giorno dobbiamo fare tanti chilometri, con la visita e il confine di mezzo, perciò è meglio andare a dormire presto e poi svegliarsi di buon ora.

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Puntuale sveglia di buon ora, saldiamo il conto in hotel e leghiamo gli zaini alle moto consci che li avremmo slegati solo una volta giunti a Phnom Penh, la capitale della Cambogia.
Il diario segna “day 24” e togliendo i giorni dei voli sono ben 22 i giorni spesi in Vietnam, da nord a sud. Usciamo dalla città attraversando la zona nord ovest, che si dimostra molto carina, con ruscelli e vari ponticelli che li attraversano. Per puro caso imbocchiamo la QL 22 in direzione Cu Chi Tunnels e per fortuna è la stessa strada che ci porterà in Cambogia attraverso il confine di Bavet.
Procediamo su questa lunga strada, noiosa ed impolverata, ma dopo una sessantina di chilometri è ora di svoltare a destra per proseguire almeno per altri dieci chilometri. Decidiamo di seguire i minibus turistici per non perderci e facciamo la cosa giusta, poiché in poco tempo siamo di fronte all’ingresso del museo.
Compriamo il biglietto e ci accodiamo per le visite guidate comprese nel prezzo: prima una spagnola e poi una in inglese. Vogliamo muoverci a nostro piacimento e ci aggreghiamo a diversi gruppi che passano. Durante la visita assaporiamo diversi piatti che venivano consumati dai guerriglieri, come ad esempio alcune radici dal gusto simile a quello delle patate ed alcuni infusi di foglie, di cui non colgo l’origine. Incontriamo una famiglia di Madrid molto simpatica e passiamo molto tempo insieme a loro. Il mio spagnolo è ancora scorrevole e ogni tanto ci tengo a rispolverarlo per non perderlo del tutto. Gli spagnoli partiranno l’indomani con un volo diretto per Siem Reap (Angkor Wat, Cambogia) e casualmente li rincontreremo in quel complesso enorme.
I tunnel di Cu Chi sono alquanto diversi rispetto a quelli di Vinh Moc, il territorio è molto ampio ma la zona visitabile alquanto ridotta. Ho la percezione, confermata poi da una guida, che qui sia tutto modificato a misura di turista: tunnel inesistenti durante la guerra e costruiti in replica ma un po’ più grandi per rendere la visita meno faticosa, diverse trappole usate dai nord vietnamiti per stanare eventuali soldati americani addentratisi nei tunnel e per ultimo, ma non per questo meno turistico (anzi!), un poligono di tiro dove si possono provare i vari fucili degli anni ’60 e ’70 (pagando tanti quattrini). Tutta la zona fu tristemente famosa durante la guerra, per anni questi insediamenti furono i più vicini a Saigon in cui i Vietcong riuscirono a combattere contro le forze sudiste.
Proviamo la classica entrata in un tunnel, scoperchiando l’ingresso ed entrando “a candela” con le braccia alzate (vi consiglio il film “Tunnel Rats” per farvi un’idea del funzionamento di questi sistemi), facciamo tutto il giro e torniamo alle moto con l’idea di aver appena visitato un luogo troppo turistico, ma in ogni caso imperdibile.
Attacchiamo gli adesivi del museo ai caschi e raggiungiamo la QL 22 in direzione Bavet, al confine tra Vietnam e Cambogia. All’una raggiungiamo finalmente la frontiera; evito insistentemente l’aiuto offerto previo lauto compenso da alcune persone per compilare i documenti e stano uno di loro mentre è intento a mettere la mano nel mio borsello portadocumenti. Controllo per bene e mi assicuro di avere ancora tutto. Inizio ad urlare e a insultarlo in tutto le lingue da me conosciute, così nel giro di un minuto tutti i finti amici dei turisti si dileguano nel nulla e ci ritroviamo finalmente soli. Compiliamo i documenti e con sorpresa mi rendo conto che non dobbiamo presentare nulla per le moto, la burocrazia (custom) per i veicoli è totalmente assente!
Ci mettiamo in coda e noto che i vietnamiti mettono alcune banconote nel passaporto, chi 20 mila Dong e chi 50 mila, sono spaesato ma oramai non mi sorprendo più di nulla: corruzione o semplice mazzettina per passare più in fretta?
Nel giro di un’ora siamo pronti ad entrare in terra cambogiana, spingiamo le moto e in quei 20 secondi penso a tutto quello che abbiamo visto nella prima parte del nostro viaggio. Penso e ripenso alle mille esperienze già affrontate e a quelle che a breve si presenteranno a noi: le stiamo attendendo con molta impazienza e la nostra sete di avventura non si è ancora placata. Lentamente salutiamo il Vietnam alle nostre spalle e abbracciamo un asfalto diverso alla vista, in mezzo a gente che già al confine si dimostra differente culturalmente ed esteticamente, eppure sempre con un bel sorriso stampato in faccia.
Io, Cristian e le nostre scimmiette siamo pronti: stiamo entrando nella seconda parte del nostro viaggio!

 

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Ringrazio la mia collega e amica Alessandra Russo, la quale mi ha dato tantissimi consigli e aiutato nella fase dell’editing.

Il viaggio continua e lo farà per sempre, si ripresenterà quando metterò per iscritto anche la parte relativa alla Cambogia e al Laos.

 

AUTORE: Gianluca Bigio “Ringrazio la mia collega e amica Alessandra Russo, la quale mi ha dato tantissimi consigli e aiutato nella fase dell’editing

Quest’opera è soggetta alla licenza Creative Commons [Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate CC BY-NC-ND], http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/

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